A cura di Lilium Spazio Medico, via Roma 63 Cuneo
Affettività e sessualità in adolescenza: educare non significa anticipare, significa proteggere
C’è una domanda che oggi noi adulti non possiamo più permetterci di evitare: chi sta educando davvero i nostri ragazzi all’amore, al corpo, al desiderio, al rispetto?
Perché l’adolescenza è sempre stata una terra di confine. Un’età in cui il corpo cambia prima ancora che la mente riesca a comprenderlo, in cui le emozioni arrivano forti, improvvise, spesso senza un nome preciso. È il tempo delle prime attrazioni, delle amicizie assolute, dei rifiuti vissuti come crolli, del bisogno profondo di essere visti, scelti, riconosciuti. Ma oggi questa fase delicatissima si svolge dentro un mondo nuovo: iperconnesso, esposto, veloce, saturo di immagini, modelli e
messaggi spesso contraddittori.
I ragazzi crescono con accesso immediato a qualunque contenuto, ma non sempre hanno strumenti per interpretarlo. Possono cercare informazioni sulla sessualità in pochi secondi, ma questo non significa che trovino risposte corrette. Possono vedere corpi, relazioni, pratiche, linguaggi adulti
prima ancora di avere costruito una reale consapevolezza di sé. E in questo vuoto educativo, il web finisce spesso per diventare il primo “insegnante”. Un insegnante potentissimo, ma non sempre affidabile. Anzi, spesso distorto, performativo, privo di tenerezza, di complessità, di responsabilità.
È qui che nasce il grande equivoco: pensare che parlare di sessualità significhi spingere i ragazzi verso esperienze premature. In realtà è vero il contrario. Parlare bene di sessualità significa restituire significato, confini, parole e protezione. Significa dire che il corpo non è un oggetto da
esibire, che il desiderio non è pressione, che il consenso non è una formalità, che l’intimità non è una prova da superare per sentirsi “grandi”. Significa aiutare gli adolescenti a capire che il valore di una persona non dipende dal numero di like, dall’approvazione del partner o dalla disponibilità a compiacere gli altri.
L’educazione affettiva e sessuale, infatti, non riguarda soltanto il sesso. Riguarda prima di tutto l’identità, l’autostima, il rispetto di sé, la capacità di riconoscere una relazione sana da una relazione tossica. Riguarda il diritto di dire no senza sentirsi in colpa, ma anche la responsabilità di ascoltare il no dell’altro. Riguarda la possibilità di nominare emozioni complesse: vergogna, paura, desiderio, gelosia, insicurezza, curiosità. Perché ciò che non sappiamo nominare, spesso non sappiamo
nemmeno gestire.
Molti adolescenti oggi vivono una pressione silenziosa ma fortissima. La pressione di essere desiderabili, esperti, disinvolti, sempre all’altezza. Le ragazze si confrontano con modelli estetici spesso irraggiungibili, con il giudizio sul corpo, con l’idea implicita di dover piacere. I ragazzi, dal canto loro, sono ancora troppo spesso imprigionati in modelli rigidi di virilità: devono mostrarsi sicuri, forti, dominanti, mai fragili, mai incerti. Ma questa non è libertà. È una gabbia con le luci al neon. E in mezzo a tutto questo, la pornografia rischia di diventare una scuola parallela. Non
perché i ragazzi siano “sbagliati” o più fragili delle generazioni precedenti, ma perché incontrano contenuti espliciti molto prima di avere ricevuto strumenti critici per comprenderli. Il rischio è che ciò che è costruito per essere visto, consumato e venduto venga scambiato per realtà. Che la
sessualità venga percepita come performance, non come relazione. Come imitazione, non come incontro. Come dominio, non come comunicazione.
Eppure il punto non è demonizzare il digitale, né fingere che basti vietare per proteggere. Sarebbe comodo, ma poco utile. Il punto è accompagnare. Perché i ragazzi non hanno bisogno solo di divieti: hanno bisogno di adulti credibili. Adulti capaci di sostenere conversazioni scomode senza scandalizzarsi, senza minimizzare, senza liquidare tutto con “alla tua età non ci devi pensare”. Perché loro ci pensano. Ne parlano. Lo cercano. Lo vivono, o lo temono. E quando un adulto non
apre uno spazio, quel vuoto viene riempito altrove.
La famiglia ha un ruolo centrale, ma non può essere lasciata sola. Anche perché parlare di affettività e sessualità con i figli non è semplice. Servono parole giuste, tempi giusti, delicatezza. Molti genitori vorrebbero affrontare questi temi, ma non sanno da dove partire. Temono di dire troppo, o troppo poco. Temono di invadere, di imbarazzare, di perdere autorevolezza. In realtà, l’educazione affettiva non nasce da un grande discorso perfetto, ma da una presenza continua. Dalla possibilità di
dire: “Puoi chiedermi. Possiamo parlarne. Non ti giudico”.
Anche la scuola e i luoghi educativi hanno una responsabilità enorme. Non si può pensare che temi come consenso, rispetto, salute sessuale, relazioni digitali, prevenzione della violenza, stereotipi di genere e gestione delle emozioni siano lasciati alla casualità. Non bastano interventi sporadici, una lezione una tantum o un evento isolato. Serve continuità. Serve un linguaggio adatto all’età. Serve una rete tra famiglia, scuola, professionisti della salute e territorio.
Perché educare all’affettività significa fare prevenzione nel senso più profondo del termine.
Prevenzione della violenza, delle discriminazioni, dei comportamenti a rischio, delle relazioni manipolative. Ma anche promozione del benessere, della fiducia, della capacità di costruire legami liberi e rispettosi. Un adolescente che impara a rispettare il proprio corpo sarà più capace di
rispettare quello degli altri. Un ragazzo che può parlare delle proprie emozioni senza sentirsi debole sarà meno costretto a trasformarle in rabbia o controllo. Una ragazza che impara a riconoscere i propri confini sarà più libera di scegliere. E una relazione in cui entrambi sanno ascoltarsi diventa
un luogo di crescita, non di paura.
L’amore, in fondo, non dovrebbe essere il posto in cui ci si perde. Dovrebbe essere il luogo in cui si impara a stare meglio anche con sé stessi. Ma questo non accade per magia. Si impara. Come si imparano le parole, i gesti, il rispetto, la cura. Per questo parlare oggi di educazione affettiva e
sessuale non è un lusso culturale, né una moda. È una necessità educativa, sanitaria e sociale. È uno degli strumenti più concreti che abbiamo per aiutare i giovani a diventare adulti più consapevoli, più
liberi, più capaci di amare senza possedere e di desiderare senza ferire.
Di questi temi si parlerà durante l’incontro “Affettività, adolescenza e sessualità: capire per accompagnare”, a cura della Dott.ssa Alessandra Folino, psicologa e sessuologa, presso Lilium
Spazio Medico, via Roma 62, primo piano, Cuneo, lunedì 18 maggio dalle 18.00 alle 20.00.
Un incontro dedicato a genitori ed educatori di ragazzi e ragazze tra i 10 e i 16 anni, per comprendere meglio pubertà, cambiamenti fisici, sviluppo emotivo, relazioni, consenso, comunicazione e salute sessuale. Perché educare non significa avere tutte le risposte. Significa esserci. Con presenza, ascolto e coraggio.

